Untitled

Untitled

di Massimiliano Di Franca

a cura di Rossana Macaluso

Il progetto nasce da un’esigenza, dalla necessità di esprime una mancanza, quella di un diritto. Il lavoro, condizione e spazio vitale, nell’ultimo decennio si agita dentro le vesti di un fantasma, un’ombra inquietante che costruisce vuoti alienanti. L’opera è una riflessione condivisa, non disfattista, che intende percorrere la trama dell’attuale periodo storico che come un velo denso e fitto cade sulla “polis” contemporanea nascondendone le bellezze, una patina dura che ostruisce futuro e progresso. Untitled mira ad affrontare la questione lavorativa, l’avvenire, la vita sociale. E’ un’occasione per parlare insieme di assenze, di tempi precari, di volontà. E’ uno spunto che coinvolge tutti gli abitanti/attori di questa scena quotidiana, tutti coloro che allo stato attuale vivono una condizione di precarietà lavorativa. L’opera, sottoforma di installazione, prevede l’intervento attivo della gente in due particolari momenti: durante la fase di costruzione dell’elaborato artistico e nel momento di fruizione dello stesso.

Nella prima fase, i partecipanti saranno chiamati a lasciare un “testimone”, una traccia di questo passaggio[1], un indumento/documento personale: una camicia. Un capo che per sua natura è solito essere indossato per lavoro, che “abita” in differenti forme e tinte il nostro corpo nonché il luogo di lavoro stesso. Ai partecipanti sarà chiesto di essere ripresi nell’atto di abbottonarsi la camicia, al fine di realizzare un video. Verrà inoltre chiesto a ciascuno di fornire (in forma anonima), i dati relativi all’ultimo contratto lavorativo: condizioni che sanciscono i rapporti azienda/lavoratore, che dettano le regole di una società contemporanea fondata sul precariato. Questi dati scorreranno come titoli di coda all’interno del video (orizzontalmente, poste nella parte inferiore dello schermo).

Le camicie, lasciate in dono, saranno installate e poggiate (con una stampella sulla quale sarà inciso il nome dell’offerente) su di un’asta appendiabiti collocata in alto al soffitto dello spazio in questione. Queste, durante la mostra, potranno essere prese in cambio di un’altra camicia. La seconda fase di interazione, che prevede la partecipazione del fruitore, consiste dunque nell’atto di scambiare la propria camicia con una di quelle esposte. Un baratto di abiti o di storie che attraverso lo scambio vuole mettere in moto un processo che parli di reciprocità e di presa in carico di una condizione sociale che riguarda tutti. L’opera, attraverso questo continuo spostamento, intende innescare dunque un meccanismo e un processo di eco e trasmissione di un ideale comune. Le camicie si muoveranno nello spazio e con esse un pensiero di cambiamento e di rivalsa.

L’appendiabiti sarà sistemato e installato in un punto più alto rispetto alla sua tipica e naturale collocazione quotidiana, una distanza inusuale che costringe il fruitore a utilizzare un apposito bastone al fine di prendere la camicia scelta. Lo scambio richiede un certo impegno, un coinvolgimento fisico oltre che etico, una responsabilità.

Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Antonio Gramsci, Odio gli Indifferenti


[1] Franco Vaccari: Esposizione in tempo reale 4; Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, XXXVI Biennale di Venezia, 1972.

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